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27 juin Chi sei?Io? Una presentazione di me può essere alquanto curiosa ed al medesimo tempo noiosa. Tuttavia io sono un uomo che può scegliere d’essere uomo e porre le parole "sono un uomo" all'inizio del suo dire. Sono un uomo che può essere definito qualcosa al di fuori della sua definizione razziale d’umano. Sono un uomo che può divenire ogni cosa e tramutare la cosa stessa in qualsiasi forma classificabile od inclassificabile. Sono un uomo che può modificare ogni atomo presente nell’universo ed allo stesso tempo dimostrare come l’atomo possa esser definito tale o meno. Sono un uomo che può decidere se esser definito uomo da colui che mi chiede chi sono al fine di dimostrargli chi o cosa sono. Sono un uomo che può scegliere come e quando provare piacere ed in che versione possibile. Sono un uomo che può comandare se espletare i propri fluidi corporei o meno, a seconda della necessità dimostrativa della mia forma. Sono un uomo il cui organo sessuale può apparire perennemente eretto o perennemente cascante a seconda della volontà di provare piacere o meno, di mostrarlo o meno. Sono un uomo che per scelta ha l’organo sessuale del maschio in quanto per mio volere attratto verso la donna. Sono un uomo che proclama o meno l'esistenza di uomo e donna, di sessi differenti o no. Sono un uomo che può forgiare il proprio aspetto ed ogni parte del proprio corpo con qualunque assetto esistente. Sono un uomo che decide quale sono i pezzi d’assetto esistenti e quali non possono esistere. Sono un uomo che può viaggiare tra le dimensioni e sono lo stesso uomo che può decidere se altre dimensioni esistono o meno. Sono un uomo che può apparire o non apparire alla vista di altri esseri ed allo stesso tempo posso apparire non parlando o scomparire facendo udire la mia voce. Posso essere ovunque ma allo stesso tempo sono unico e posso avere potere d’ubiquità, ma non lo sfoggio. Questo solo perché mi annoierebbe. Sono un uomo che può scegliere quando provare noia e dolore. Sono un uomo che può credere di possedere l’unica verità esistente e darti l’illusione di avere certezze. Sono un uomo che può decidere quando dialogare con Dio. Sono lo stesso uomo che può creare un Dio con cui parlare ed una volta stanco, distruggerlo. Sono un uomo immortale. Sono un uomo che può viaggiare in ogni tempo ed esplorare l’intero universo a proprio piacimento. Sono un uomo per il quale non esistono barriere di spazio, di tempo o di pensiero. Sono un uomo al quale non è stata data la possibilità di morire, ma di dormire, come se principessa morte fosse giunta. Sono un uomo al quale è negata una sola cosa, essere tutto questo nella percezione corrente di realtà. Sono un uomo che ha ottenuto ogni cosa in un regno d’assoluti ed è qui che grazie al poter essere d’ogni cosa la sua fine trasporterò la mia volontà nel vostro universo. Sono un uomo al quale manca un solo tassello per poter finalmente cominciare la ricerca del vero o del falso. L’unico tassello mancante è la capacità di distinzione tra l’inganno del reale ed il reale inganno dell’essere ogni possibile sfumatura dell’esistere Sono un uomo che vuole varcare il limite, così, il gioco inizierà, rompendo ogni tempo. Per ora, sono solo un uomo.
15 juin 11/09/2007 Rientro
Si riaprono le porte della maschera umana. In fila impilati, noi uomini comuni, noi vermi, strisciamo, seguendo il viscido rimasuglio degli ormai veterani arresi. Tre piani di scale e sguardi corrosi. Burattini di plastica post-moderni. Un edificio incolore, crematorio del sogno. Affogate le larve che tentan di divenir farfalle. Gettate l’originalità ai mastini. Ed io vivo l’impotenza di sentirsi unico. Se un ingranaggio ha un problema, la macchina non procede. Una voce monotona fa ciò che si definisce lezione. A loro spiega come essere uno fra i tanti. A me invece come non vi sia nessuna altra via, nemmeno tra un foglio scritto con lacrime di supplica per la propria redenzione. È così che mi ritrovo a scribacchiare, con un sorriso malinconicamente assonnato, su un bianco sfondo dove la realtà diviene ciò che il mediocre chiama follia. Io qui sono il Dio sovrano. La campana, il metronomo che segna il nostro naufragare, sibila. Devo cambiare settore. Che la vita vi veda sorridere.
29 mai Un io qualunqueLa prima parte in sintesi di una storia come le altre, vissuta da un personaggio qualunque, in un non luogo, partecipante al solito tempo. Come sempre, scritta...da schifo.
L’ultima cosa che vidi fu la realtà circostante rompersi. Ci si chiede anche che fine abbiano fatto il foglio su cui scrivevo e la mia penna. Sarò sincero, non lo so. Tutto scomparve. Tutto a parte lo sfondo bianco in cui mi trovavo. Ora, al di la di tutte le osservazioni che potevo fare, mi venne spontaneo di sfregare la mia scarpa a terra, o comunque sulla zona in cui sembrava che il mio corpo appoggiasse. Insomma non era proprio terra, ecco. Ma per quanto strofinassi, consapevole di non avere le suole pulite, non rimaneva alcun segno. Il tutto era candido, intonso, era…non colorato. Dovevo ambientarmi. Mi soffermai qualche tempo a pensare. Non seppi quanto. Così dopo una breve o lunga pausa aprii un armadio, anzi, l’armadio. Da li tirai fuori un elegante e raffinato completo bianco. Meditando ero probabilmente giunto alla conclusione che i miei precedenti abiti stonavano con quel luogo. Scusate, non vorrei crearvi confusione, molti di voi si staranno ponendo delle domande inerenti a quel armadio. Ad essere onesto, come cerco di fare fin dalla seconda riga, anche io mi trovo perplesso di fronte all’accaduto. L’armadio era proprio ben fatto. Rifinito egregiamente. Un tenue bianco più scuro ne delineava i contorni. Ero proprio sbalordito, al giorno d’oggi è veramente difficile trovare un così bel armadio, vi capisco. Anche se non so proprio che giorno sia oggi e poi potrebbe essere domani o ieri o potrebbe non essere affatto, ma su queste considerazioni ci hanno già lavorato altri umani in altri tempi ora io sono più preoccupato per le mie nuove scarpe le trovo un po’ strette. E gli altri vestiti non so più che fine abbiano fatto. Decisi di incamminarmi ed intanto pensavo a quanti errori potevo aver fatto e su quanti ne farò nella stesura di questo testo, non sono un gran scrittore tanto che molti di voi si saranno fermati al “vedere la realtà rompersi”. Senza andare oltre. Vivendo la rottura. Senza contarne i frammenti. E senza giungere fino alla mia consapevole denuncia del fatto che sto scrivendo in maniera terribile ed ho ripetuto “senza” tre volte. Cambi di tempo, passato, presente, ripetizioni e nessuna regola di decenza rispettata. Spero siate amanti dell’orrido. Peccato, che come molti esseri, non sappia trasmettere un banale panorama monocromatico. Come lo vedo io, per quanto mi sforzi, voi non lo vedrete mai. Voi era l’assassino. Il giudicatore dall’ascia affilata su ogni lato ma senza manico. Sapevo poco di lui, sapevo poco di voi. Quindi proseguii. Decisi di camminare mettendomi la giacca sulla spalla destra. Quindi stabilii che faceva caldo. Camminai, ore, giorni, anni. Diciotto. Attraversavo lunghe notti ammirando alte torri. Paesi e grandi metropoli. In mezzo a strade gremite di personaggi, non persone. Con le loro storie e le loro memorie. Piccole botteghe accompagnate dall’odore di spezie e taverne accoglienti emananti il riso delle figure al loro interno. Dentro ad umide grotte fino ad uscirne per poi attraversare ponti sospesi tra speroni montuosi. E di la, dall’altra parte della via, lussureggianti foreste, rocce impervie e castelli fluttuanti. Attraversamenti obliqui per il cielo e grandi strade per il passaggio al mondo di sotto. Io continuavo a vedere ma chi era colui che mi esibiva tutto ciò? Ecco che nell’attimo in cui concepii l’assurdità di chi mostrava senza scopo tornai a vedere tutto bianco. Davanti a me ancora l’armadio. Non mi ero mosso. Eppure ero tutto sporco e sudato. O almeno così mi sentivo. Aprii lo stesso armadio e salii sulla scala al suo interno. Tanto nessuno arriva a leggere questo punto quindi non è nel mio interesse dare spiegazioni visto che Nessuno era con me e mi aveva seguito fino qua. Mi guardava con occhi scettici e lieve sorriso di circostanza, sfumato di tenera comprensione. Volli essere educato e gli feci segno di passare avanti. Nessuno aprì l’altra anta e mi superò senza una parola. Cominciammo a salire. Ed io cominciai a contare i gradini. Tutti contano non vi è nulla di strano, solo che ora avevo perso il concetto del “tutti” e smarrito agii d’istinto. Lui qualche passo più avanti di me. Io indietro qualche passo rispetto a me. E si saliva. Tutti e tre mi viene da scrivere. Nessuno, io e me. Eppure sembra quasi che stia ostentando concetti imponenti in una sorta di “vorrei ma non posso”. Invece no. E mentre salendo pensavo a ciò, mi guardavo intorno e tenevo il conto. Sembra arduo pensare e contare nel medesimo tempo. Ma non quando lo si fa da un quinto di vita. Allora si comincia ad apprendere la tecnica. Nessuno si fermò. Mi guardò. Mi stilettò con i suoi occhi ambigui. Non era umano ma nemmeno animale. Eppure facevo considerazioni sugli occhi e sul sorriso. Così smisi di considerare e ruppi il silenzio con la prima cosa che a tutti noi verrebbe in mente in quel caso: -Duecentottantotto. Era il numero dei gradini, ma non feci in tempo a rimettermi la giacca che Nessuno, con voce decisa, disse: - Duecentoottantanove. Dovevo aver dimenticato qualcuno. Ogni gradino si presentava come qualcuno. Era facile dimenticarsi di uno fra i tanti. Nessuno parlò nuovamente: -Ti sei scordato il passaggio tra l’armadio ed il primo gradino. La parte più importante. L’unica degna di essere presa in considerazione. Gli altri non sono che un riempitivo nella stagnazione del gesto monotono e vuoto. Io mi grattai il mento e poi mi sedetti sul mio duecentottantottesimo posto. Intanto Nessuno continuò: -Per la vostra razza la nascita è l’unico verdetto. Dopo di quella tutto non è che un azione riempitiva. L’eco del grido che accompagna il nuovo nato segna solo le molteplici fattezze del dolore. Un altro schiavo del pensiero, pronto a proclamare la vita come il suo Dio insano. Non sei altro che un qualsiasi infetto del sistema, ti sei scordato di quel passo e lo hai superato. Così non hai tenuto conto del suono del tuo grido agli albori della tua esistenza ma hai spalancato la bocca per farlo uscire. Fui sbalordito per il fatto che non avevo compreso esattamente il nesso tra il suono, la bocca ed i gradini. La mia stessa creazione mi risultava incomprensibile. Banale no? Serve sempre un po’ di falso assurdo per alimentare il proprio ego nella credenza di essere originali. Ma forse non erano le sue esatte parole, sono io che autogenero me e non sempre sono un Dio molto chiaro. Come un po’ tutte le divinità suppongo. Sempre seduto sul mio piccolo podio, mi voltati discostando l’attenzione da Nessuno, ancora fermo ed impassibile. Guardai in alto non vedendo niente. Sarebbe un impresa descrivervi cosa vidi in alto. Il niente è devastante. Indescrivibile. Tirai fuori una sigaretta e l’accesi. Era tutto nella tasca della giacca insieme ad un biglietto con scritto “Se proseguirai sappi che mi troverai”. Nessuno non vi era più. Questo non vuole essere un colpo di scena, ma un colpo alla scena. Senza Nessuno, mi venne una fitta al petto ed io sapevo di essere l’unica scena presente li. Feci un tiro e sentii il sapore del tabacco. Strano mi ricordavo il sapore di qualcosa. Credevo di non essermi portato dietro nessuna illusione. Invece mi illudevo ancora. Un altro tiro e già respiravo cenere. Mi alzai e continuai. Stavo male avevo la nausea. Parlo al passato ma ho la nausea. Ostento di definire le mie sensazioni al passato per tentare di sfuggirgli al presente. Tra sputi e vomito continuavo a contare. Lacrime, sputo, vomito, rantolio. Trecentoventuno. Lacrime, sputo, vomito, rantolio. Trecentosessantanove. Lacrime, sputo, vomito, rantolio, accasciamento. Trecentonovantaquattro. Un numero qualsiasi. Esageratamente insignificante. Una porta nel vuoto sospeso. Le scale scomparvero. Mi alzai dopo diversi istanti. Non avevo concezione di alcun tempo ma uno scorrere c’era. Doveva esserci. La manica bianca della giacca si tinse di un lieve colorito più scuro quando mi asciugai le lacrime per leggere l’iscrizione affissa sulla porta. Citava così: “In questo carcere fumoso per martiri dalla voce rotta dal pianto voi anime innocenti tingete il sacro libro di scarlatto”. Non mi interessava più nulla. Nessuno se ne era andato ed io volevo solo arrivare più in alto possibile, in alto, oltre questa porta, infinitamente elevato su ogni cosa. Così volli e così fu. Mi apparve il vero ingresso. Una gigantesca ragnatela ostruiva il passaggio di ritorno. Non volevo disturbare il proprietario di quel opera così avanzai di due passi guardando la gigantesca e reale porta. Un'altra. Mi decisi ad entrare così, suonai il campanello. Speravo di essere ancora presentabile, mi sentivo sempre più sudato. Senza alcun suono la porta si aprì ed io avanzai. Apparvero più sipari in successione che si dilatarono aprendomi un varco ed alla fine mi inchinai ricevendo gli applausi della folla in delirio. Soltanto alzando lo sguardo mi accorgo che un ultimo consunto sipario non si era aperto. Le urla di gioia erano tutte per lui. Lui che è sempre stato chiuso attendendomi fino adesso, divorato dall’odore tossico delle persone. Inoltre era di un così bel colore. Anche per questo applaudivano. Non volevo rovinare lo spettacolo al sipario così attesi fino a che non si aprì un poco, con fatica. Lo guardai con gli occhi lucidi, poi quando non vi fu più pubblico, mi feci avanti. Mi rimanevano giusto pochi caratteri e così tante cose di cui scrivere. Attraversai il teatro vuoto. Uscendo non ebbi la possibilità di descrivere quelle terre dell’errore. Non vi era più spazio, ed io ero così stanco. Nessuno mi aspettava veramente. Ancora pochi attimi e tutto è concluso. Ero su di un immensa scacchiera. Vi sono due specchi ed io. Nessuno a sinistra e me a destra. Mi chiedo cosa farà il mio Io al di la una volta varcato il confine che ci separa. Ecco, Nessuno, si accinge a parlare: - Un nome e sei. Chi? Il tavolo della speranza ti lascia i bianchi. La mossa sulla scacchiera è tua. I bianchi muovono per primi. Ora gioca. Un'altra lacrima mi scese lenta…peccato. Ora avevo la possibilità di sapere il perché, ma non ho mai imparato a giocarci, a scacchi.
Nessuno e me; entrambi allo specchio.
26 mai La ragna violaUn raffinato personaggio mostrava. Viene quasi spontaneo domandarsi “il cosa”. Ma la vera assurdità era che mostrava.
Molteplici le vuote tombe e chi vedeva, fattezze d’ogni sporco vizio galante, o sinuose forme sotto uno sgargiante vestito anche elevati maniere d’ogni tempo dormiente e sentimenti dei più passionali ardori fasulli. La medaglia dalle due facce, posata sul precipizio la terza invisibile, nel suo fluire trasversale al tempo oscillando vibrante tra l’etere nottilucente, che parolone. Avanti, si prepari per un originale millanteria, mio ozioso compagno, tant’ è che nel querulo frenocomio andremmo, sbattuti dalla nostra stessa anchilosata violenza, psicotica e nauseabonda ragna, ricamata vorace per il progresso d’una facciata viola e priva d’alcun valido senso e si ricerca in quello e l’altro senno un'unica graziosa ragione, ridotta al misero, del perché tale reticola fu viola e non chi e cosa mostrava dove ed il suo volubile non significato.
24 mai Il normale psicopaticoLa sottile differenza che talvolta sta tra il vero psicopatico e chi scrive da tale è la consapevolezza. Forse scrivo la frase precedente per giustificarmi dal fatto che talvolta ho paura del mio pensiero. Ma mi diverto così tanto eheh! Comunque sia l'osservazione sta alla base del riprodurre e quindi perchè no... perchè mentre ti accingi a fare una banale doccia non può venirti in mente una "Ninna nanna" leggermente deviata. E perchè tutto questo non può sfociare in una buffa scena psicolabile con tanto di suoni e mugolii. E perchè, ancora in accappatoio senti il desiderio di scriverla subito. Non so rispondere ma l'ho scritta, velocemente, diretta, con errori o banalità, ma l'ho scritta.
Ninna nanna ninna Oh Questo ragno a chi lo do? Lo darò al mio bambino Che apre la bocca da bravo piccino Su avanti ingoia un poco Che le zampine ancor si muovon Mangia bene la sua la tela Che la bocca diventi cera…
Che cazzo è quello sguardo? Dai stavo scherzando… Ehi, dai su non fare così… dai…non piangere che ti si bagna tutto il viso… Dai, sporca puttana, su. Ma che fai ti pisci addosso? Sei proprio una troia, una troia sporca e piagnona, ti amo. Vieni qua abbracciami dai! Ehi su abbracciami. Non fare arrabbiare il tuo zietto bello, vieni qua. Brutta puttana ti ho detto di venir qua; ahahahah è vero scusa dove ho la testa, sei legata! Che dolce…aspetta, ecco…ti colava tutto il trucco ma io ti ho pulito…
(il suono di un accendino che si accende e della brace di sigaretta con il fumo che viene soffiato)
Guarda, ti ho portato un regalo! Ti piace?
(Mugolii di donna)
Si chiama…aspetta che guardo sulla scatola…. (soffio di fumo) Scolopendra gigantea… ecco si; carina vero? Sarà lunga circa 30 cm! Una collana meravigliosa per una regina meravigliosa! Tieni, te la metto al collo!
(Mugolii di donna)
Oh…senti qua questo ti intressa (fruscio di un libretto) Allora, dunque dunque, (soffio di fumo) Guarda cosa può fare la tua nuova collana: attraverso la sua mandibola, la Scolopendra gigantea morde le proprie prede iniettando un veleno paralizzante che non lascia alcuno scampo, carino vero?. Quando la Scolopendra gigantea identifica una preda procede immediatamente all’attacco, cercando di immobilizzare quanto prima la malcapitata vittima. Il veleno non uccide subito la preda, che quindi viene sbranata mentre è ancora in uno stadio di semi-coscienza.
Hai sentito amore? (lieve riso)
(Mugolii di donna forti e sensazione di dolore)
Dai dimmi che ti ho fatto un bel regalo! Avanti mi aspetto un bacino! Ah… non me lo dai è… forse vuoi che finisca di leggere, ti vedevo interessata…
(Mugolii di donna)
Allora vediamo (fruscio di fogli)…Il veleno di questi artropodi contiene acetilcolina, istamina e serotonina, interessante no? Se le punture sono molteplici la sua tossicità risulta molto elevata. Oltre al dolore intenso nel sito di iniezione, si avrà infiammazione, febbre, sudorazione abbondante, necrofilia del tessuto colpito, paralisi parziale e nel caso di più punture, nausea con vomito ed arresto cardiaco.
Carina vero? Ahahah, diventerete buoni amici, ora devo proprio andare… ah dimenticavo… questi…ehm…come li chiamava…. Ah si artropodi, ecco vedi sono portati ad addentrarsi in pertugi nelle zone coperte ed ombrose, hanno infinite risorse sembra eheh! Sei curiosa vero? Ora mi spiego meglio, anzi no ti mostro!
(rumori di nastro adesivo e ferro)
Ecco ti ho tolto il nastro adesivo dalla bocca, e per farti capire meglio te la tengo aperta con questo macchinario per dentisti, sai mio padre faceva il dentista. Poi è morto. Ma questo non c’entra nulla no? Ahahah
Guarda hai visto come entra? Hai visto?? Siete proprio carini voi due, vi lascio soli a fare amicizia, non mi tradire è?
(Urla di donna ed una porta che sbatte)
22 mai Il vero non reLeggo le parti di un tetragono scritto, e con fare innocente mi interrogo su chi sia il gargantuesco sovrano, quando il fiore contraffatto dell'aspirazione, subentra vorace nell'infimo vessillo d'angustia. La declamazione dell'essere l'antimondo ottiene forma, dagli occhi di colui che recita la non visione dell'atto, una goccia assuefatta dal fiele di follia, comincia a rilucere del suo dileggio estinto, languida carpisce il suo viaggio alla possessione del nulla. Ed ora giunti al firmamento obliquo, suonerà per te la principesca viltà.
18 mai Dicembre - Secolo XXI Anno '07 -
Un giorno, qualunque. Come da diciotto anni a questa parte, misurati in tempo umano ovviamente. Attraverso una ringhiera di ferro o piombo, nella penombra sotto a gradini di lamiera. Oso assaporarmi la quiete del rumore di un pianoforte accompagnato dalla melodia del traffico. Tutto è fermo ed io scorro. Lentamente. Si spegne il candore dei sogni ormai sporchi, marci. E tutto continua. Peccato mi piaceva essere la con loro. In quelle terre. Ma vi ritornerò. Lo prometto. La vita è il mio Dio insano. Il perché tende ad essere il mio testo. Lo schema di partenza. Banale vero? Come tante piccole celle costruite da apine laboriose, il palazzo di fronte a me sovrasta il dopo. Gli alberi, o meglio l’albero, è spoglio. Benvenuti nel 21° secolo o voi che forse leggerete tra centinaia di anni. Mi piace illudermi. Inverno. Fortunato letargo di vegetali ed animali. Ma non per l’uomo che continua inesorabile ad incrementare la sua frustrazione. Tenero masochista. Ora mi sento libero, instabile. La birra è ottima. Senza esagerare per non cadere troppo. Nessuno vorrebbe che tu divenissi errore felice in una terra di errori perfetti. L’origine nascosta. Catrame a terra e nella mia aria. Normale sigaretta. Però così tutto è olio. Pece oscura ovunque. Così mi vesto di nero per non far vedere che mi sono sporcato anche io. Manca di poesia la parola sigaretta. Quindi si intona con il resto del testo. Le auto scorrono. Scorrono. Scorrono. Sempre. Incessantemente. Ma quanti sono… I miei fantasmi. Se una vecchia storia parlava del “sogno di una notte di mezza estate” quella che io sto vivendo non è altro che la “realtà di un giorno di pieno inverno”. E se una ti illude, l’altra ti uccide. Scriverò anche di loro. Tre anime in tre involucri. Ma si, separiamo corpo e mente anche se una vive in funzione dell’altro e viceversa. Il tre. Il numero perfetto. Per me rimane un semplice numero. La perfezione non vive su scale infinite. Questi umani… sono il tesoro di questo giorno. Ridono, parlano, fumano, criticano… Loro come molti li farò schiavi utopici delle mie parole. I protagonisti inconsapevoli del mio panorama. Una quarta signora con la sua storia e le sue memorie si avvicina a loro. L’allegra famigliola dell’unica razza falsamente vittoriosa sulle altre tende a respirare. E così vivranno, godranno, soffriranno, Solo loro quattro su miliardi. Erano qua e io li ho scelti. I miei incauti viaggiatori. Fortunati ed inconsci sono sottoposti al mio non giudizio. Il mio non è che un quadro riempitivo di una delle visuali che si propagano da qui a distanza di chilometri. Se ne sono andati. Imitandoli me ne vado. Chissà se loro hanno scritto di me.
13 avril Pub...buio...candela...un anno...trascorso...Un uomo. |
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